Da molto tempo non mi succedeva di farmi raccontare da una rifugiata la "sua storia". Ancora una volta tante violenze, tante atrocità. Ma non le racconterò qui. Voglio piuttosto esporre qualche dubbio di fondo. Uno degli effetti collaterali più inevitabili della procedura d'asilo è proprio questa sorta di assuefazione a raccontare quello che è successo, con date, luoghi e riferimenti precisi. Bisogna farlo decine e decine di volte: alla polizia, all'avvocato, ai servizi sociali, alla commissione... Più la cronaca è asettica, più alte sono le possibilità di risultare credibili.
Ieri R.M. mi ha diligentemente raccontato la sua storia, in tutti i particolari, come le era stato chiesto. Una storia di asilo classica, come diciamo noi addetti ai lavori. Sebbene fosse una storia terribile, mi ha ferito di più quello che R.M. non ha detto. E quelle poche frasi non pensate e non dette alla commissione: "mi dicevano di riprendere in mano la mia vita, ma la vita non c'era più". E ancora: "Meno male che i miei figli sono nati in Africa. Se fossero nati qui non ce l'avrei mai fatta".
Quello che R.M. non mi ha detto e che forse non ricorda neanche a se stessa è che quel corpo abusato dai carcerieri era il suo. Che quel marito che non ha retto alle condizioni di vita di un rifugiato in Italia, è ritornato in Congo e si è fatto ammazzare, era suo marito.
Finita l'intervista mi ha preso una grande rabbia. Gente sensibile ai diritti dell'embrione non sa nulla di storie come questa. E riesce anche a dire che i richiedenti asilo devono essere imprigionati in quanto potenziali impostori. Che non hanno diritto a un ricorso dopo che una Commissione frettolosa decide della loro vita, quando va bene, in venti minuti. O peggio, per ulteriore beffa, che possono fare ricorso, ma intanto vanno rimandati al loro Paese. A farsi ammazzare.
